Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Se dovessi dare una forma fisica a questi undici mesi, sicuramente sceglierei un arco. Un bell’arco in stile liberty, costruito di un magico intreccio di incontri, impressioni, sensazioni, sentimenti, immagini, viaggi, parole, voci, regole, volti, sguardi, piogge, raggi, laghi, lacrime e sorrisi, aspettative, speranze, sogni, birre, spaghetti, autostrade, aeroporti, treni, mappe di metropolitane, profumi, coraggio, debolezza, preghiere, racconti, adattamenti, confessioni, sapori, adrenalina, regali, mancanza e abbastanza. Il mio compito era passarci sotto, ma senza fretta, osservando la sua solidità, imponenza, maestosità. E solo adesso mi rendo conto che con fili invisibili ogni piccolo dettaglio impercettibilmente mi ha legata per sempre a questo arco di vita e mi ha destinata alla compagnia dei ricordi durante tutto il mio viaggio terrestre.
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Non era facile capirvi. Ogni tanto ci riuscivo, ma a volte per me restavate un terreno sconosciuto. So che anche per voi era così: sicuramente c’erano dei momenti in cui vi sembravo una sconosciuta anche dopo tanti mesi di convivenza. Perché capire significa confondersi, identificarsi.
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Le mie due valige sono aperte davanti a me e devo riempirle dei miei ultimi undici mesi. Ho ancora qualche ora da passare in questa casa, ormai disabitata. Sono rimasta da sola ad osservare l’impercettibile invasione dell’oblio. Devo solo abbassare lo sguardo per vedere il pavimento rigato dei segni delle vostre scarpe. Sul tavolino uno cerchio quasi invisibile lasciato da un bicchiere di acqua. Nella cucina briciole. Nel frigo mozzarella e prosciutto crudo. Poverini, sento la loro solitudine. I fornelli imbrattati dal menu degli ultimi pranzi e cene. La mia tazzina rotta da un movimento privo di attenzione.
Di qua è passata la vita. Di qua siamo passate – noi.
Sono le ultime frasi scritte prima della mia partenza. Adesso sono a casa, e sento l’avvicinarsi della marea di ricordi e la fase in cui tutti i momenti che mi sono passati accanto senza graffiarmi, vissuti con voi, assumeranno tratti solidi e delineati. E’ il gioco illogico della memoria.
Cheem, Sofìa, Lara, Simona, Marrit, Jule, Lucie, tutto lo staff del Cesvov, tutti gli amici conosciuti, mezzo (s)conosciuti e mai veramente conosciuti(A., porterò per sempre nel mio cuore i nostri discorsi, e il nostro tentativo di afferrare il fuggitivo senso della vita e la pace interiore), tutti senza eccezione, vi ringrazio per il sostegno, la vostra disponibilità e soprattutto umanità. Vi auguro solo cose belle, belle come le vostre anime nobili, perché ve le meritate. E meritate di rimanere e di fare parte della mia vita, dei miei progetti futuri, delle mie speranze ed eterne aspettative.
Un giorno arriverà la bella notizia e la sorpresa. E io avrò le due valigie a portata di mano…
Ecco il mio racconto che è stato pubblicato nel libro per le "5 anni di Servizio Volontario Europeo al Cesvov". Spero che aiuterà ai futuri volontari a vincere la paura di convivere con persone sconosciute. Potrebbe rivelarsi un'esperienza indimenticabile conoscere se stessi attraverso gli altri.
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Natasha – extracomunitaria con tendenza di extraterrestre, dimostra 22 anni e ne ha 26, esperta in lettere (spedizione)
Lara – tedesca disordinata (ossimoro), dimostra 25 anni e ne ha 19, esperta in “nonsoancoracosafarenellavitamadevodeciderestasera!”
Sofìa – la tempesta iberica, dimostra 23 anni e ne ha 28, esperta in “autocontrollo total”
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Vivere non è soltanto respirare. Vivere è viaggiare. Vivere è scoprire. Vivere è convivere.
Sull’orlo di una decisione veniamo travolti dal nostro destino. Lo vediamo scorrere, come un fiume, ed è il nostro istinto a spingerci nella corrente. Tutto ci sembra magico, galleggiante, una vertigine. E ci sembra inverosimilmente bizzarro lo scontrarsi di tre destini nello stesso tempo, nello stesso luogo e allo stesso modo. Tre destini pescati dal Cesvov e messi il 15 settembre del 2008 a condividere il frigorifero, la lavatrice, i cucchiai, i turni per l’aria salubre e l’oblio notturno.
Autunno 2008
Osservavo le nuvole sotto di me e le Alpi che sporgevano come denti aguzzi mentre sentivo fisicamente il crescere della distanza tra me e il mio nido. Il cordone ombelicale si distendeva a tal punto che mi pareva di soffocare. Nello stesso tempo mi preparavo per l’impatto con gli altri due destini: quello di Lara e quello di Sofìa. Ero pronta per la simbiosi che mi aspettava?
Il primo impatto fu con il destino di Lara. La sua bella forma fisica mi aspettava già da qualche ora, appoggiata al divano rosso, con le mani nelle tasche dei jeans. E voleva parlare. Subito. Tanto. Di tutto. La lasciai a mani vuote. Me ne andai a dormire.
Poi arrivò Sofìa portando il suo destino addosso e la sua chioma voluminosa che la caratterizzava. Mi scrutava da dietro gli occhiali dalla montatura rossa, con le mani nelle mani, aspettando di essere presentata. Mi regalò un sorriso echeggiante, ed è un regalo che dura nel tempo ancora, dalla mattina alla sera (a volte anche nel sonno).
Seguirono giorni sereni. Due passi di qua, due passi di là, un salto al supermercato, tazze sempre piene di caffè, numero infinito di brioche, mappe e cartine logorate dall’uso, occhi pieni di bellezza e le nostre anime armoniose. Gesti alla rinfusa, mani e gambe agitate, suoni strani e non articolati emessi nello sforzo di buttare fuori una frase mediocre nella nuova lingua. Il sole dal nucleo italiano e raggi svizzeri, dal calore sarcastico, ci illuminava la via da percorrere. Alcune settimane dopo la damigella Pioggia Lombarda insediò i boschi prealpini. Pigra, ostinata, fastidiosa, capricciosa. Ci onorava con la sua presenza, accompagnandoci ogni giorno nel nostro alveare dove assorbivamo i segreti del mestiere. Passato il primo livello tra il brusio intimo con la fotocopiatrice, il domino con le lettere da imbustare ed etichettare, arrivammo quasi quasi ad essere noi stesse. Ognuna in possesso di qualità diverse, sorvegliate dai nostri pastori, provavamo il compiacimento dell’autorealizzazione.
Inverno 2008/2009
L’extracomunitaria (cioè io) era destinata al campo della disabilità, cosa strana per una persona che viene da un paese dove un atleta in eccellente condizione fisica, spesso, andando al supermercato condivide con i disabili la frustrante sensazione di impotenza nel superare certi ostacoli. Facendo parte della preparazione delle guide all’accessibilità per Saronno e Busto Arsizio, di conseguenza, ebbe la possibilità di notare quanto i disabili in Italia fossero abili, paragonati agli extracomunitari disabili, registrati, ma considerati un gruppo fittizio, mai visto per i labirinti delle città macedoni ingombre di barriere. Un altro fatto che colpì la sua “extracomunitarietà” era la diversità nelle classi delle scuole italiane: proveniente da un paese etnicamente limitato a due nazioni, fu una sorpresa vedere l’amicizia variopinta, eppure sincera e spontanea. Ogni venerdì mattina, alla biblioteca dei ragazzi era testimone delle radici di un futuro senza discriminazioni, incline all’accettazione delle differenze.
La tedesca invece, giocava con le parole nell’area comunicazione, vivendo il colpo di fulmine con il giornalismo e l’arte della scrittura. L’impegno investito nel creare un’impronta incisa sul giornale del Cesvov, equivaleva al livello della sua sicurezza in se stessa e la determinazione di prendere la strada ripida per entrare nel mondo dei mass media. Un applauso per i suoi responsabili, in cui lei, non per caso trovò “la mamma e il papà” italiani. Niente è più appagante dell’orgoglio che si prova per un compito fatto bene. Soprattutto se questo compito consiste nel raccontare la storia di una chiesa e le sue opere d’arte in italiano, davanti ad un pubblico di turisti curiosi, e ansiosi di assorbire tutti i dettagli, a Castiglione Olona. In gennaio ci mancò per una settimana, impegnata con lo scambio giovanile tra l’Italia, la Polonia e il Portogallo. La vedevamo in compagnia della comitiva straniera, completamente “nel suo elemento”.
La chica spagnola, la vedevi appena entravi in ufficio. Concentrata per non sbagliare qualche data, inserendole nei formulari dell’area formazione, ti illuminava con un sorriso aperto e ritornava al suo lavoro. Formando una squadra in completa sintonia con il suo responsabile, rappresentavano il motore dei corsi di formazione e il loro punto di riferimento. Per qualche mese, a casa ci imbattemmo nel suo altro lavoro: CD di cortometraggi dappertutto, visti e non visti, vedendola tutta presa dall’entusiasmo e l’impazienza di aiutare gli organizzatori nella loro scelta per il film festival “Cortisonici” di Varese. La serata dedicata ai corti portoghesi ebbe molto successo, grazie al suo impegno, originalità e alla fitta corrispondenza epistolare con i rappresentanti portoghesi. Tra risate, divertimento, in compagnia di alcuni degli autori dei film, passammo cinque serate una più bella e più sorprendente dell’altra, felici di riconoscere in tante situazioni il tocco spagnolo della nostra coinquilina.
Le date più amate e aspettate furono il primo e il quindicesimo giorno del mese (rimborso spese!). Adoravamo l’illusione che i soldi ci regalavano, che durava quanto una bolla di sapone. Eravamo povere ma felici. Dotate di una potenza che sentivamo, sterilizzata e ridotta all’essenza della fiducia in noi stesse.
Primavera 2009
Ed ecco si intravede il porto. Approdiamo pian piano. Le nostre anime sono in primavera, i nostri sentimenti un arcobaleno. Abbiamo ancora qualche viaggetto da fare, ancora tante risate da condividere, discoteche da visitare, confessioni da raccontare l’una all’altra, un’estate da vivere unite. L’intensità dello stupore nel vederci separate è uguale a quella iniziale nel vederci insieme, le tre sconosciute.
Le tre sconosciute, che sono diventate tre anime sorelle.
25.07.2009
Mi sono fermata di colpo. Fissavo la data sulla scheda per prestito e cercavo di comprendere. 10 mesi e 10 giorni. Se ne sono andati per sempre. Ho chiuso gli occhi per fissare la mia mente e la mia anima. Per un attimo ho dimenticato che mi trovavo in un luogo pubblico, in una biblioteca piena di menti curiose, e mi sono concentrata alle mie sensazioni. Scrutavo quello che c’era nel caleidoscopio dalla parte opposta del mondo, e stranamente mi sono accorta che non c’era né tristezza né felicità. Solo la mia accettazione. Bene, è un buon segno. Ho imparato ad – accettare. Un processo non sempre spontaneo.
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Ho accettato tante volte anche gli sguardi incollati sulla mia figura, cercando di distrarli con il mio linguaggio del corpo e della mente, perché non vedessero la mia insicurezza. L’ultima volta, qualche giorno fa, e mi pare che sarà davvero l’ultima volta di parlare in pubblico, almeno per quest’anno. Avrei preferito scrivere 2-3 pagine, alzarmi e distribuirle al pubblico, dargli 15 minuti per leggerle, inchinarmi, mandargli un bacetto e sedermi al mio posto. Ma non si poteva fare. Perciò ho accettato di parlare del mio progetto e della mia vita nei mesi passati.
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Io e Sofìa

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Nei mesi passati ho accettato anche il pulsare di questa città. Così addormentata in tutte le ore del giorno, rimboccata nella sua culla dei boschi. Ho accettato la sfida con le macchine e la lotta per lo spazio per le strade senza marciapiedi. Ho accettato i bar il sabato sera, illuminati come farmacie, la gioventù che balla senza muoversi, che si diverte senza gioire, proteggendo così la propria classe. Ho accettato la pasta come secondo piatto, almeno una volta alla settimana. Ho accettato di non guardare le vetrine dei negozi, e soprattutto ho accettato i prezzi dei vestiti. Il risultato di quest’ultima era semplice: non li compravo.
In corso è l’accettazione del mio stato di extracomunitaria e del fatto che ci sono più e meno fortunati. Pazienza, ce la farò. Manca meno di un mese.
Ho accettato anche il mio stile di scrivere questi post per il blog di CESVOV. Non so per voi… ma se vi riusciva difficile, la reazione spontanea era – saltarli.
Accettare… è un po’ gestito dall’obbligare. No?
Quadro 1.
Infatti. Sentivo la puzza di birra, mentre boccheggiava facendo lo sforzo per collegare le sillabe in qualche suono articolato. Alla fine ce l’ha fatta: “Ce l’hai il fischietto?”. E il mio sguardo fisso che avrebbe potuto fare un buco nella stoffa del sedile davanti a me, teso per lo sforzo di non piegarmi in due sotto la forza dell’onda di riso che mi invadeva. Sofìa nascondeva il suo viso facendo finta di guardare attraverso il finestrino dell’aereo, in partenza per Milano, ma sentivo la sua risata soffocata. Ambientato all’aeroporto di Bruxelles.
Quadro 2.
Sempre le stesse protagoniste reduci, dotate del loro nuovo organo, la valigia, (avete presente le lumache?), sedute davanti un ristorantino turco nel centro storico di Bruxelles, nel cuore della notte. Una stradina piccola, maltrattata dai passeggeri in stato di ebbrezza, che regolarmente si fermavano al nostro tavolino, per dimostrarci praticamente quanto l’alcol possa anestetizzare i centri neuronali. Uno spettacolo! Così, uno voleva “riscaldarci” maneggiando un accendino sotto i nostri nasi, poi altri tre che al primo sguardo sembravano gentiluomini, ma già al secondo ci siamo accorte che le loro capacità motorie erano ridotte a movimenti rallentati tipici per chi si trova sott’acqua. E uno di loro si impegnava di convincermi che io non sapessi parlare macedone...
Quadro 3.
Diluvio ad Amsterdam. Quartiere rosso. Le due lumache più la signorina Birra-Pane, il nostro Virgilio attraverso i canali danteschi. Un bar, Guns N’ Roses ad alto volume, bancone movimentato di insaziabilità (dis)umana per birra. E certo, non uno, non tre, ma ben cinque! -“Are you a playboy, baby?” E un sorrisetto sardonico, spruzzante di virilità e testosterone. Mi sarebbe piaciuto sentire tutta la “Sweet Child O’ Mine”...

Quadro 4.
Io da sola in un paese più meridionale addirittura del Sud d’Italia. Soltanto di passaggio, cercando di attraversarlo a occhi chiusi per non vedere gli scheletri del comunismo lasciati a marcire insieme alle facciate dei palazzi spellati, orli dei marciapiedi non esistenti, gente consumata in vestiti logorati, ringhiere sgangherate e arrugginite, finestre protette dal sole con pagine di giornali. Autisti di pullman-shuttle aeroporto-città che ti chiudono la porta a 5 cm dal naso perché hai la valigia(?!) Controllori di pullman che ti fanno una multa di 10 euro per poi portarti la valigia di 20 chili fino alla stazione principale... E nemmeno ero uscita ancora dall’Unione Europea...
Quadro 5.
Un tavolo rotondo, 5 ragazze tutte specchi miei, e il sapore. Il sapore di cibo speziato, pesante, di musica tipica che ti avvolge il corpo come il miele avvolge un cucchiaio caduto nel contenitore. Un letto e un cuscino... il mio letto e il mio cuscino. E il sapore dell’affetto immenso che ti lega ai suoi sorgenti in una simbiosi di carne e sangue. Una città odiata e vitale e il suo sapore che sa di patria, un sapore che mi perseguita e che non riesco a trovare ovunque io vada.
Penso spesso al fischietto. E penso di dover procurarmene uno. Così almeno imparo di infischiarmi quando l’aria intorno a me diventa più densa e si respira a malapena.
Cosa c’è di più ammirevole di un appartamento avvolto in una morbida nuvola di concordanza, tolleranza e vicinanza?
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Due di noi stanno per lasciare questa nuvoletta costantemente disordinata, ma mai in tempesta nei suoi otto mesi di vita. A loro due auguro tutto il meglio, e anche se devono andare via della Casa del Cairo, non le lascerò andare via dal mio cuore e dai miei pensieri.
Quindi señorina Galeron, rimaniamo io e te... Destinate una all’altra, sia nei viaggi che nella convivenza. Immagina, potrò leggere fino alle 02:00 alla luce della lampadina senza rovinarmi più gli occhi con la luce debole del portatile, perché avrò tutta la camera solo per me! Rimango io nella camera - acquario con i miei pesciolini? Aspetteremo a mani aperte le visite della nostra piccolina Laga e la nostra grande Cheem. Alla fine è rimasta ancora una tazza di caffè nella nostra cucina. Fino ad agosto.
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Un’occhiata ad alcuni momenti del passato più recente. E un sollievo per alcuni momenti futuri.
Il pezzo elegante di plastica, che lo credevo invece un pezzettino di carta, è arrivato così all’improvviso e così in fretta. Non me l’aspettavo, davvero. Non prima di andarmene a casa in Macedonia in agosto. Quindi con permesso del mio permesso di soggiorno il 2 giugno vado nella mia amatissima patria per vedere come stanno le cose laggiù. E certo per farmi coccolare e farmi cibare dalla mammina.
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Tre compleanni, tre cene. Quello di Sofía, il mio, e quello di Lucie. Una ventinovenne (leggi ventitreenne), una ventisettenne (leggi ventiduenne), e una ventenne. Tre fiori freschi, profumati e delicati. Una festa con come protagonista una ragazza che cercava di nuotare fuori acqua. E un bellissimo regalo arrivato direttamente dall’Olanda di Eindhoven per me e per Sofía, la nostra amatissima signorina Birra-Pane (adesso è un po’ cambiata... è diventata signorina Birra-Pane-Frutta, che stupore!). Cheem, Simona e Lara siete geniali!
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Tra l’altro, noi qua facciamo anche cose generose e serie. Abbiamo un club di volontari europei, e ogni secondo giovedì pomeriggio facciamo qualcosa di interessante e utile. Così, qualche settimana fa abbiamo fatto una visita a un centro diurno per persone diversamente abili. Abbiamo preparato dolci (io ho preparato nientemeno ma una macedonia), un mix di musica francese, tedesca, macedone, spagnola e romena. E abbiamo ballato e saltato con loro per un’ora, sotto i caldi raggi solari, riflettendoci nei loro sorrisi raggianti di felicità.
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Poi... la magia. L’incanto. Di una città unica e favolosa. Praga. Sono ancora sotto il suo effetto ipnotizzante. Un viaggio tra castelli, palazzi superbi, chiese gotiche, viuzze illuminate di lampioni medievali, sinagoghe, cimiteri ebraici, mostre Art Nouveau di Alfons Mucha e Surrealista di Salvador Dalí, concerto di musica classica, teatro... ed io, in compagnia del suono dei miei passi sulla ghiaia secolare, sincronizzati al mio aritmico batticuore.
Prossima fermata: Macedonia. Skopje via Sofia. Sicurezza via Affetto. Tregua.
E’ difficile dividere un uomo a metà e avere due parti uguali. Patch Adams decisamente avrà nella parte sinistra un cuore enorme.
E così, una domenica piovosa, tre settimane fa, insieme alla comitiva di Informagiovani di Varese, docili come agnelli, abbracciavamo gente sconosciuta, facevamo piramide di corpi umani, confidavamo alla prima persona sconosciuta che trovavamo accanto tutte le nostre gioie (per fortuna, ci era permesso di inventare e ringrazio in questa occasione la mia fantasia di avermi salvata dal silenzio), tenevamo tra le mani la testa di qualcuno della quale esistenza nemmeno sapevamo tre minuti prima, fissandolo negli occhi e dicendogli teneramente: “Ti voglio bene... oh, ti voglio tanto bene...” mettendoci dentro tutta la nostra (in)capacità di convinzione (Perdio! La sua vita dipendeva dal nostro affetto! Io purtroppo l’ho freddato, poverino)...
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Era impressionante vedere questo psichiatra-clown, alto quasi due metri, di lunghi capelli bianchi, vestito stile albero di Natale, con un calzino rosa e l’altro azzurro, sul palco, tra i signori giaccaecravata, ammirato e premiato per la sua generosità e per la grandezza della sua parte sinistra. Ancora più impressionante è la sua filosofia, all’inizio derisa e non accettata, per diventare poi una delle cure per bambini malati più famose ed eseguite nel mondo. Il naso rosso ha attraversato il globo in lungo e in largo seminando speranza e consolazione. Lui è disposto a riempire una vasca da bagno di spaghetti solo per rallegrare una persona. E’ in grado di trasformare il viso fino a ridurlo a una smorfia irriconoscibile. E’ in grado di strapparti un sorriso anche con le mani in tasca.
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Mi è piaciuta tantissimo l’immagine di me, appena svegliata, riposata, piena di entusiasmo e voglia di vivere, seduta sul letto, con un sorriso da orecchio a orecchio (a rischio di finire con la testa divisa in due), che mi sgranchisco bagnata della luce solare dalla finestra. Poi mi alzo, trotto in bagno, mi metto davanti allo specchio, e proteggendo gli occhi dal riflesso dell’immagine che ci vedo, grido: “Wooooow! Di chi è sto bellissimo musino? Buon giorno bellezza, ti voglio tanto bene, adoro questo nasino, questo cespuglio... AH! Ma sono io! Eureka! Tralalalalaaaaa! Come sono felice di essere io, e di essere viva, e di avere 10 dita sulle mani! Tutto è così bello, così meraviglioso!” E poi salterellando, vestita da semaforo, esco di casa per andare al lavoro, e sorrido e saluto tutti per strada, invito vecchietti e operai da me al pranzo, regalo il mio pocket money mensile ai più bisognosi di me (ce ne sono?!), e non cammino, ma galleggio di felicità! Sono felice per essere felice! Non perché mi sono comprata un telescopio, o perché mi ha invitata a cena il movente delle formiche... ops! le farfalle nel mio stomaco (e non solo), ma per la vita! Non è una scena di un musical, è la visione che mi è apparsa mentre il naso rosso ci spiegava il senso del nostro soggiorno su questo pallone di t(gu)erra e s(a)sso, (co)mari e alber(gh)i, rospi e cicogne.
Aggiungerei un altro evento, o meglio dire più eventi, di energia positiva del mese scorso. Sempre con Informagiovani ci siamo scatenati un po’ seguendo sul palco i gruppi musicali di giovani di tutta la provincia di Varese. Tutti bravi, originali, unici! Quattro concerti passati, in corso l’ultimo e più importante, che darà l’opportunità di esibizione al concerto di Bilbao in Spagna a un solo gruppo tra i dodici. In bocca al lupo ragazzi!
Adesso vado a gioire ancora un po’ dell’immagine nello specchio, ad abbracciare e ad amare ancora 3-4 persone, e poi concedo un po’ tregua al mio cuoricino, ansimante di tanta gioia!
Tra la la la la… tra la la la la…
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“Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi.”
“I Ponti” - Ivo Andric’
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Questo mio blog lo dedico ai confini, frontiere, barriere, blocchi, limiti, chiamateli come volete. Io li chiamo “L’impossibilità a un essere umano di muoversi e spostarsi tranquillamente e con dignità quando e come vuole!”.
Qualche guerra fa. C’era una volta un paese (o meglio chiamarlo territorio visto che i suoi confini cambiavano molto e spesso) sul quale una manciata di popolino mangiava, beveva, cantava, rideva e si riproduceva tranquillamente e con serenità. Passavano così i propri giorni terrestri, finché una mattina uno di loro non si alzò a gamba sinistra e decise di allargare un po’ i campi da zappare. Lui e suo figlioletto esagerarono un po’ e arrivarono fino ad India, scomodando nel frattempo i filosofi e gli atleti nudi del sud durante le loro attività disinibite che catapultavano loro direttamente dai loro adorati Dei. Molte acque scorsero prima che le ninfe e i centauri si annoiassero dei loro giochi incensurati (in quei tempi non c’era la TV né l’internet ed anche se ci fossero, questa comitiva era povera per propagande e pubblicità costose) e si accorsero che il padre e il figlio grazie alle battaglie e gli immensi campi da arare erano palestrati e assomigliavano molto agli Dei che loro tanto ammiravano... Questo prima della Bibbia. Poi, nell’epoca dei sacerdoti, dopo una delle tante risse per territorio, per toglierseli dal collo e non sentire più il loro piagnucolare, la vecchia Europa diede ai suoi coccolati marmocchi il territorio del padre e del figlio.
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Qualche veto fa. C’era un’altra volta lo stesso territorio (questa volta “un po’ ” rimpicciolito e massacrato però) con metà manciata di popolino che ci fischiettava, ballava alle feste nazionali, seguiva le tendenze occidentali e orientali di moda e di sfogo, andava a comprarsi i jeans e ombrelli a Vienna e a Trieste, a fare la spesa di formaggio e banane a Salonicco, a prendere il sole sulle coste adriatiche, a cenare e a sfrenarsi a Sofija. C’erano i fiori, gli usignoli che canticchiavano, la fratellanza. E c’era una carta di identità che non conosceva confini. Ma poi all’improvviso la fratellanza fu divampata dalle lingue infuocate insieme a migliaia di battiti di cuore, gli usignoli se ne andarono e i fiori appassirono. E la carta d’identità cambiò la sua identità.
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Inverno del Signore del 2009. C’è questa volta una ragazza con identità incerta. In attesa di andare a casa dopo la ricevuta di un pezzo di carta. Il pezzo di carta non arriva. Le dicono che deve aspettare che passi la primavera e la metà dell’estate per poter passare il confine dell’oasi con un biglietto di andata e ritorno. Vede avvicinarsi la primavera portando gli usignoli e i fiori come un tempo a casa sua. E sente la sua anima riempirsi di nostalgia, silenziosamente, come gli occhi si riempiono di lacrime. Non tocca a lei la decisione quando e come andare a casa, ma a un pezzo di carta, privo di sentimenti, ragione, privo di qualsiasi traccia umana.
Saronno e Busto Arsizio 2009. E la prende con filosofia: “Almeno una rampa di 10 gradini per me non è un confine”. E’ testimone di destini che conoscono confini insormontabili. Un ascensore di porte troppo strette potrebbe impedirti di andare a casa se sei in carrozza... anche se possiedi un bel pezzo di carta valido e riconosciuto dappertutto. Un terreno troppo sassoso e ripido potrebbe privarti della bellezza di un parco se hai bisogno di appoggiarti su stampelle. E’ stata la formazione per le rilevazioni dei luoghi pubblici per la guida all’accessibilità ad illuminarla.
Berliner Mauer 1961-1989. L’ha visto da vicino. Un confine palpabile. Ha finalmente trovato un confine tangibile, un muro freddo e senza pietà, insensibile ai dolori, alle lacrime, alle suppliche delle povere creature che avrebbero venduto la propria anima al diavolo solo per oltrepassarlo. Era lì, in mezzo della città, tagliandola in due metà sanguinanti per quasi 30 anni.


La lotta contro i confini continua. Ogni giorno cerchiamo di saltarne di più, è nella nostra natura. Spero solo che quello che circonda il mio paese, libererà un po’ la sua morsa prossimamente, altrimenti si rischia un'esplosione e soffocamento di tante vite umane.
Intanto aspetto il mio piccolo pezzo di carta.
Acqua o buio. Ancora buio, ma so che c’è la luce, perche la sento filtrare, nonostante gli occhi chiusi. Poi li apro. E la mia mente è inondata dal chiarore del giorno. Le imposte sono chiuse. Con un angolo dell’occhio intravedo il cespuglio di Sofìa. Giro lo sguardo verso il letto di Lara. E come al solito non capisco se lei c’è o no sotto quella montagna di coperte, rannicchiata in posizione fetale. Rimango così ancora per qualche minuto, senza muovermi, resistendo alla mia curiosità di sapere che ore sono. Alla fine stendo la mano e prendo il cellulare. Sono le 11. 23. Sento il sussurro della pioggia fuori. Perfetto. Va in sintonia con la mia malinconia. Apro la porta del soggiorno. E’ pieno di luce grigia che va benissimo con le piastrelle del pavimento. Su una sedia, appoggiata sul muro del banco con le gambe distese sull’altra sedia accanto a lei, la vedo spalmare il formaggio sul suo adorato pane, con il suo caffè “americano” davanti a lei, assorta in uno dei suoi “sleeping around” libri. Istintivamente, sorrido. Inspiro e l’odore del caffè mi penetra le cellule del corpo. E poi mi invade. Cancella la mia malinconia. Sento la forza. Sento la voglia. La voglia di vivere fino in fondo questa giornata di sabato. Ed è allora la gioia che sento Marrit. E’ proprio l’intensità di quell’istante che non dimenticherò mai. La sensazione di benessere che mi provocavi vedendoti così, in un’attività così semplice, sentendoti così vicina, come se ti conoscessi da tutta la vita e non solo da cinque mesi. E con un sorriso di beatitudine dico: “Grazie per il caffè Marrit!”.
Oggi siamo lunedì. Tra cinque giorni a quest’ora saremo sabato. Io aprirò gli occhi. Pioggia o sole, la mia malinconia si farà sentire. Sfiorerò con lo sguardo i letti di Sofìa e Lara. Sentirò la debole vertigine appena in posizione verticale. Metterò le mie ciabatte, prima palpando con i piedi sotto il letto. Mi fermerò sulla soglia del soggiorno, con i capelli in disordine, in pigiama, occhi socchiusi dal sonno… e cercherò te, al tuo posto. Non ci sarai. Non ci sarà nemmeno la tua borsa sulla poltrona, piena di vestiti per la serata in discoteca. Non ci sarà nemmeno la mia sensazione di benessere e gioia. La porterai via con te. Rimarranno soltanto i ricordi del passato e le speranze del futuro. E noi in mezzo. Sospesi tra un passato variopinto come un mosaico e un futuro come un puzzle che dobbiamo ancora completare. Non dico finire. Perche non finirà. I momenti da incastrare nel mosaico dell’esistenza sono nelle nostre mani.
Bruciore o caffè. Ancora bruciore ma so che c’è il caffè, perché lo sento scorrere, nonostante la gola stretta di tristezza. Poi ingoio e con un filo di voce dico: “Grazie per il caffè Lara…”.
Noi rimaniamo.
Non vi dirò: Buone festeeee! Auguriiiiii! Buon Natale! Felice anno nuovo! Ho perso qualcosa? Non ve lo dico perché ormai sono stufa dopo le 483 volte che l’ho detto! Ma se non lo dico non significa che io non lo pensi e che non ve lo auguri, eh!
Mi inchino e comincio.
Spagna.
Il 21 dicembre presto presto ( più presto non si poteva!) sono partita per la mitica Spagna: un viaggio indimenticabile, che mi ha lasciata a bocca aperta, soprattutto al tavolo! Ancora una volta è stata confermata la mia teoria della cucina italiana, ma mi fermo qua. Arrivata a Madrid, da sola, con un foglio in mano di titolo “12 passi come arrivare a Burgos dall’aeroporto di Madrid”,(la più dettagliata guida turistica mai scritta, di un’autrice a voi ormai ben nota, la prima gioia della famiglia Gallo Galeron, cioè Sofìa), scarse è una parola grossa per segnalare le mie conoscenze di spagnolo, e una borsa che doveva sembrare piccola(ma quelli di Easy Jet hanno cercato di convincermi nel contrario, che maleducazione!) sono stata “fortunata” di sedermi nel pullman accanto a una simpatica signora. La signora aveva dei modi un po’ “carini”, tipo… non voglio che la tua giacca tocchi la mia, non voglio che il lembo del tuo sciale cada su un pezzettino di tessuto dei miei pantaloni… vabbè… ognuno ha le sue manie. Che sollievo uscire dal pullman dopo tre ore di una posizione quasi acrobatica. E poi: FESTA! Otto giorni di festa, di mangiare, bere, uscire, ballare, ridere, congelare, camminare, fotografare, meravigliare(si), scherzare, conoscere, parlare, comprare… Burgos, Salamanca, Madrid.
  
Capodanno.
Milano: Neve-pioggia. Petardi. Esplosioni come a Gaza. Correre. Cercare nascondigli e posti non esposti alle linee del “nemico” munito di “esplosivi” di varie potenze e di una fantasia sorprendente nei modi di uso. Noi: a piedi. Senza cappelli e ombrelli. Una brigata di 9 persone, tutte straniere. Spaventate. Bagnate. Smarrite. Sorridenti. Addormentate sul divano di un bar in un quartiere, che ti faceva sentire protagonista di un film ambientato in Bronx.
 
Cesvov.
Pace e silenzio. Alle 11 pausa caffè. La ricerca continua. Devo trovare gli indirizzi e i numeri di telefono di tutti i bar, alberghi, pizzerie, luoghi artistici, stazioni, uffici postali, biblioteche, URP, servizi comunali (non vi addormentate, eh! C’è ancora!), centri per anziani e disabili, ospedali, carabinieri, centri sportivi, ok basta! del distretto di Saronno. Ci servono per le rilevazioni che si svolgeranno in febbraio, per la guida che stiamo preparando. Ad Informagiovani qualche traduzione dall’inglese, dei metodi che si usano per “rompere il ghiaccio” durante le formazioni di vario genere. Ho visto un bellissimo concerto di giovani gruppi varesini, che suonavano così bene che sono riusciti a farmi venire i brividi. Complimenti davvero per il grande talento. Tra feste e preparazioni per le feste, il mese scorso è stato un breve mese lavorativo.

Vediamo cosa mi aspetta quest’anno… sono proprio curiosa di vedere cosa serba il destino per me. Sarà un anno importante. Un anno intenso. Di fine e di inizio.
FINE
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Boh… è passato più di un mese dal mio ultimo blog. Ci sono così tante cose da raccontare che sinceramente non so di dove cominciare. Siamo a pochi passi da Natale e da Capodanno, ormai ci stiamo preparando per le feste, sappiamo dove andiamo… per Capodanno ancora no… qualche suggerimento? L’importante è che ci sia buona musica per ballare. Per Natale (anche se “il mio” Natale non è il 25 dicembre ma il 7 gennaio), vado in Spagna, dalla mia carissima conquillina Sofìa, nella parte più fredda della Spagna, a Burgos. Ma penso che lei sarà così gentile a portarmi anche a Madrid. Almeno a Madrid… no Sofce?
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Allora, qualche parola sugli eventi dell’ultimo mese.
Ho cominciato a lavorare alla biblioteca civica, precisamente alla biblioteca dei ragazzi, dove si organizzano quasi ogni mattina letture di fiabe e racconti ai bambini delle scuole elementari. E’ bello vedere i ragazzini tutti presi dal racconto di un principe e un angelo che alla fine ti chiedono: “Ma è una storia vera?” Spero di poter lavorare anche alla Biblioteca Civica un pomeriggio, che mi piacerebbe mooooltissimo!
Abbiamo pubblicato il Manifesto su Saronno, con tutte le associazioni che operano nel campo di disabilità, e subito dopo si è tenuta la conferenza stampa ed è cominciata la sua affissione a Saronno. In corso è la preparazione del Manifesto di Busto Arsizio.
La settimana scorsa è stata un po stressante per noi dell’appartamento Del Cairo, perché mercoledì scorso abbiamo parlato davanti quasi 300 adolescenti delle scuole superiori di Gallarate, spiegando cos’è lo SVE e facendo loro vedere alcune foto della nostra vita quotidiana. Alla fine è andata bene, penso sia stata l’unica parte che i ragazzi hanno seguito con interesse
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Dopo le gite che abbiamo fatto qua, in Lombardia, abbiamo deciso di spostarci un po’ all’ovest. Abbiamo scelto Torino, che si è rivelata una città affascinante al contrario delle nostre aspettative. Tutti la immaginavamo una città industriale e grigia, e non capisco perché questa città così rilassante non piace a voi italiani? Non vi dà la dosi quotidiana di stress?
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E per ultima cosa in questo blog: grazie a tutti voi che rendete questo soggiorno bellissimo e indimenticabile! Soprattutto grazie alle mie più vicine Cheem, Sofìa, Lara e MarritGen! Vi voglio tanto bene ragazze! Siete fortissime!
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